Tutti gli articoli di David Barra

Dasha Mahavidya

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Nell’iconografia hindù l’Energia Cosmica  è simboleggiata da innumerevoli forme con innumerevoli nomi. Le divinità che rappresentano la Shakti sono tante quanti i suoi aspetti, “benevoli” o “terrificanti”. Ella è la splendida Lakshmi, consorte di Vishnu, signora della bellezza e della prosperità , è Durga, colei che è difficile da raggiungere, la potente guerriera, acerrima nemica dei demoni, è Parvati,colei che possiede i tre Parva (Sapienza, Volontà , Azione) madre universale e consorte di Shiva, è Kali, la dea nera, terrificante proiezione del tempo che grondante sangue divora tutto e distrugge.

Kali è la prima di dieci particolari divinità femminili molto importanti nel culto tantrico, Esse sono chiamate Mahavidya, (Maha = Grande, Vidya = Conoscenza) sono le Dee della Suprema Saggezza. Nel Tantra il culto delle Mahavidya non è riducibile soltanto alla semplice adorazione della forma esteriore della divinità , alla superficiale idolatria della figura o al formale atto rituale di venerazione; le dieci Mahavidya rappresentano i dieci fondamentali pilastri della Conoscenza, le dieci Energie universali che risiedono dentro di noi e fuori di noi, nel microcosmo e nel macrocosmo e che ne regolano l’intera esistenza. Venerare le Mahavidya significa principalmente meditare su queste Energie, essere consapevoli della Loro presenza, della Loro funzione, della Loro potenza; significa scoprire poco a poco i grandi segreti dell’esistenza e di conseguenza accettare ed amare la realtà in ogni sua condizione, in ogni suo aspetto, dal piu oscuro al più lucente, poichè tutto ciò che sperimentiamo nella vita è permeato dall’immensità della Shakti.

Nell’atto di meditazione la Dea offre al devoto parte della Sua infinita Conoscenza facendo si che la venerazione giunga ad oltrepassare sempre di più i limiti dei nomi e delle forme, i confini dei simboli e delle immagini, fino a raggiungere l’Assoluto indistinto nella Sua pienezza. Ogni Dea nasconde in seno un’importante realtà , una Verità celata ai nostri occhi dall’ignoranza, ciascuna divinità rappresenta quindi un particolare tipo di approccio alla realizzazione del Sè, meditare con devozione e diligenza sulle Mahavidya significa riconoscere il Divino in ogni cosa, significa strappare via dagli occhi la fitta coltre di illusione che ci impedisce di contemplare la Luce della Shakti in ogni singola entità dell’esistenza.

KALI 

(Tempo)

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Tra le divinità femminili del pantheon hindù è probabilmente la più nota, la più terrifica e la più affascinante. Kali Maa, ovvero Kali la Madre, la Dea nera, la guerriera, l’oscura proiezione di Durga, la controparte femminile del più terrificante aspetto di Shiva.

E’ colei che vaga per i terreni crematori con schiere di spiriti che le fanno da scorta, e’la feroce massacratrice di demoni.

Simboleggia il tempo inesorabile che tutto divora, che tutto distrugge e a cui nulla sfugge. E’ tempo, rivolta e trasformazione; è guerra, morte, calamità naturali e distruzione; orrorifica e spaventosa Ella premia il vira (guerriero) che ha il coraggio di osare e di guardarLa nei Suoi spaventosi occhi iniettati di sangue, a quel punto essi diventeranno due loti splendenti ed irradianti Luce ed Amore immenso ed eterno. (“A chi osa amare la sofferenza, abbracciare la forma della morte, e danzare la danza della distruzione, a lui la Madre viene”)

E’ nuda perchè è libera da ogni illusione, è nera perchè avvolta da notte eterna, è furiosa perchè è energia distruttiva. Indossa una ghirlanda di teste mozze, simbolo della relatività dell’esistenza umana, effimera ed impermanente. In alcune raffigurazioni le teste mozze sono sostituite da 50 teschi che rimandano alle 50 lettere dell’alfabeto sanscrito.

Ha in vita una cintura di braccia umane, atte a rappresentare le azioni karmiche che ha estinto, tale cintura copre il sesso e l’ombelico, essendo i genitali e lo stomaco la principale causa di innumerevoli karma.

Nell’iconografia classica, la sua mano sinistra in alto regge una falce insanguinata dispensatrice di morte e distruttrice delle realtà individuali mentre con la sinistra in basso mantiene la testa mozzata di un cadavere atta a simboleggiare l’annullamento dell’ego.

La sua mano destra in alto è vuota e compie un mudra (gesto) con il quale invita a non avere paura, (non dobbiamo avere paura di abbandonare il nostro corpo fisico) mentre con il gesto della mano destra di sotto indica concessione di vantaggi.

Kali è quasi sempre raffigurata sul corpo del Divino Shiva rappresentando così la natura dei due principi dell’Assoluto, Shiva e Shakti, la Coscienza e la Potenza e quindi l’immobilità del primo e la mutevolezza del secondo che nelle vesti di Kali rappresenta forza di disgregazione e trasformazione. Soltanto dopo la dissoluzione può esservi purificazione e rinascita.

Nel corpo umano Kali risiede all’altezza del cuore ed è strettamente legata all’organo fisico ed alle sue pulsazioni oltre che al 4° Chakra (Anahata).

Si può venerare Kali meditando sull’impermanenza degli esseri e delle cose e sulle continue trasformazioni (“Pantha Rei”)

 

TARA

(Verbo)

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Tara è tradizionalmente nota come colei che fa avverare i desideri, che protegge i navigatori, che assiste chi attraversa i fiumi, gli oceani, i mari, i sentieri difficili e le strade impervie.

Nel tortuoso cammino della vita ogni individuo percorre tantissime strade difficili, Tara è colei che guida, che conduce attraverso il sentiero dellla Conoscenza, quando si ha la Conoscenza qualsiasi ostacolo è facilmente superabile.

Tara è dunque invocata in connessione con l’acquisizione di Conoscenza e con l’ottenimento di poteri oratori, difatti Lei è la Dea del verbo, la Dea del suono.

Quando l’assoluto trascendente si manifesta con la Sua volontà (Desiderio – Amore), c’è un movimento, una vibrazione che produce un suono, l’eterno suono-verbo OM.

Tara è la forza dell’OM, è il suono eterno, il Nada, l’Ajapa (HAM-SO-HAM). Om è il potere del suono, è la vibrazione originaria, gli usi del suono e del mantra hanno il potere di purificare la mente, di donare consapevolezza e quindi di salvare. Tara è il verbo salvifico. Si medita su Tara regolando la parola, apprezzando l’armonia dei suoni e dei rumori e meditando sul suono-silenzio presente tra un suono e l’altro. Come Dea della salvezza è spesso relazionata a Durga, ma mentre Durga distrugge gli ostacoli polverizzandoli, Tara semplicemente li fa sorpassare.

L’iconografia tantrica la raffigura con sembianze molto simili a quelle di Kali, e’ scura, il suo piede è poggiato sul corpo di Shiva o di un uomo inerte, è vestita di pelle di tigre o di altri felini (ciò simbolizza il dominio delle passioni) e spire di serpenti Le attraversano i capelli.

La similitudine esteriore tra Kali e Tara non è casuale, se Kali è tempo, Tara è verbo, il verbo è la consapevolezza del tempo ed il tempo è il movimento del verbo, la vibrazione creativa del verbo è l’energia del tempo.

Nel corpo umano Tara risiede all’altezza dell’ombelico in corrispondenza con il 3° Chakra (Manipura) ed in qualità di Om corrisponde al 6° Chakra (Ajna) ed è anche la corrente che sale dal 3° al 7° Chakra (Sahasra Padma).

Si può venerare Tara meditando sul suono e sul silenzio.

 

TRIPURA-SUNDARI

(Luce)

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Tripura Sundari significa:” bellezza delle tre citta’ , le tre citta’ corrispondono al corpo fisico, al corpo astrale ed al corpo causale che a loro volta trovano corrispondenza con i tre stati di coscienza: veglia, sonno e sonno profondo.

Tripura-Sundari è la Dea che regge le tre cittè e ne costituisce la quarta, lo stato di unione mistica del Samadhi. Sundari significa bellezza, adorare Sundari significa ricercare il divino attraverso la bellezza trascendente che si manifesta quando vediamo la luce dell’intero universo in noi stessi, ossia la vera bellezza, quella eterna e perennemente luminosa, la bellezza dell’Assoluto.

Ella possiede tre personalità : Bala (la figlia), Tripura-Sundari (la bella) e Tripura-Bahiravi (la terribile).

Bala è raffigurata come una graziosa fanciulla di sedici anni ed è generalmente l’aspetto più accessibile al giovane aspirante devoto.

Tripura-Sundari è anche la Dea della conoscenza vedantica e del supremo Sè, Ella ci insegna che ogni cosa è Brahman, difatti è una divinità molto amata dagli Swami e dai maestri del Vedanta ( Adi Shankaracharya ,il fondatore dell’ordine dei Dashnami Sannyasi fu il compositore di un bellissimo testo Tantrico ,”Soundarya Lahari” dove decanta le lodi di Tripura Sundari).

E’ anche Lalita, colei che gioca, l’universo intero è il gioco della divina Madre, Ella è la divinità dello Shri Chakra che permea l’intero universo, è identificata anche con la Luna ed il suo splendore, immagine visibile del piacere, ed è contemplabile al meglio quando è piena e colma di luce poichè Tripura-Sundari è Luce, la Luce del Brahman, la Luce dello Shri Chakra, la Luce del Soma, la Luce della Bellezza divina.

Sundari corrisponde al nostro 7° Chakra (Sahasra Padma) sulla sommità del capo. Si può venerare Tripura-Sundari meditando sul Sè e concentrandosi sullo Shri Chakra.

Tripura Sundari e’ la divinita’ principale nella tradizione Sri Vidya.

 

BHUVANESHVARI

(Spazio)

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Bhuvaneshvari è la regina dell’universo, l’universo è il Suo corpo, Ella è Aditi, l’infinita ed indivisibile Madre; è spazio in tutti i livelli di manifestazione (fisico, mentale e di coscienza) ed ha quindi uno stretto legame con Tripura-Sundari.

Bhuvaneshvari è la Signora dei mondi, la materia prima da cui tutte le materie hanno origine (Prakriti) è Madre Natura,è il Cosmo personificato e tutti gli esseri esistenti non sono altro che ornamenti del Suo immenso essere.

Questa Dea ci aiuta ad andare oltre ogni classificazione e/o discriminazione di sesso, di razza, di credo o di qualsiasi altro genere, essendo Lei tutto e partendo quindi tutto da Lei. Mentre Kali crea gli eventi del tempo, Bhuvaneshvari crea gli oggetti dello spazio, ogni luogo ed ogni spazio non sono altro differenti fasi dell’infinita danza di Madre Bhuvaneshvari, la Signora dei quattro punti cardinali, i quattro aspetti del Suo essere, l’est come inizio, il nord come illuminazione, l’ovest come maturazione, il sud come completamento.

Bhuvaneshvari è chiamata anche Maya, ossia illusione, la nostra assidua mania (ego) di misurare, contare, catalogare, classificare ci fa percepire la grande Madre come grande illusione, ci fa dimenticare la grande unitè della Dea di cui facciamo parte anche noi.

Ella è pace, lo spazio è vera pace e perfetta equanimità , è potere infinito della serenità . Il suo mantra è “HRIM”e può essere venerata anche attraverso l’osservazione dello Shri Yantra ma può essere utilizzato anche il mantra “MA”che è il suono originale della Madre, la Madre di tutti gli esseri.

Bhuvanesvari è lo spazio, di conseguenza siamo sempre situati in Lei  e nel nostro corpo (fisico o sottile che sia) Lei è situata in noi, ovunque, tuttavia può esservi una particolare corrispondenza con lo spazio all’interno del cuore.

Si può venerare Bhuvaneshvari meditando con equanimità sullo spazio.

BHAIRAVI

(Energia)

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Bhairavi “la terrifica”, rappresenta la Divina Energia di Tejas. Ella è il supremo potere della parola che nasce dal Fuoco, ed è quindi parola nella sua prima forma immanifesta.

E’ identificabile con Durga, la potentissima Dea guerriera che salva dalle difficoltà distruggendo ogni sorta di demone ed è quindi relazionata anche a Tara, difatti entrambe sono salvifiche ed entrambe rappresentano la parola ma mentre Tara è parola illuminata, Bhairavi è parola suprema, sottile, all’origine del verbo rappresentato da Tara.

Bhairavi alimenta Tapas e aiuta nel sacrificio, dona controllo ai sensi delle emozioni e del potere sessuale distruggendo con il fuoco gli ostacoli rappresentati dalle nostre brame e dalle nostre passioni e dona felicità e benessere di liberazione ad ogni essere.

Bhairavi è identificabile anche come la forte energia Kundalini, la potenza latente che giace in ciascun individuo e che non deve essere svegliata se non si è pronti a ricevere il Suo potentissimo Fuoco.

Il mantra di Bhairavi è il potentissimo “HSRAIM HSKLRIM HSSRAVH”, esso ha il potere di distruggere le negatività e di svegliare l’energia Kundalini, deve quindi essere adoperato con estrema cautela.

Ella è nota anche come “la donna guerriera”, difatti viene spesso invocata per sterminare i demoni interiori che intralciano il nostro cammino spirituale, in particolare i demoni delle passioni sensuali e delle bramosie fisiche, Bhairavi è loro acerrima nemica.

Lei è la Dea della triplice qualità: Agni, Vidyut e Surya (Fuoco, Fulmine e Sole) ossia le tre forme di Luce con cui si manifesta a livello visibile e terrestre. Ella aiuta chi lavora su se stesso con diligenza e sacrificio ed è molto vicina a chi pratica con costanza e diligenza yoga e meditazione.

Nel nostro corpo Bhairavi risiede alla base della spina dorsale, e come Kundalini è presente nel primo Chakra (Muladhara),  ma è molto pericoloso svegliarLa se non si è pronti a confrontarsi con Lei.

 

Si può venerare Bhairavi offrendoLe qualcosa a cui si è molto attaccati, ossia desideri, passioni, pensieri e parole.

 

 

CHINNAMASTA

(Percezione)

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Con la testa mozzata da una sua stessa azione rappresenta ciò che causa la trascendenza della mente, e quindi il taglio dell’ego ed il raggiungimento della verità aldilà della realtà percettiva.

Ella ci porta a non identificarci con il nostro corpo. Chinnamasta, colei che decapita se stessa, è quindi il potere di trasformazione in azione, è la distruttrice dell’ultimo e più feroce nemico: l’ego, “ahamkara”, l’identificazione che abbiamo con noi stessi

. E’ anche associata alla consorte del Dio Indra, lei è Vajra Vairochani, colei che risplende con la saetta. E’ quindi energia elettrica di trasformazione, è il tuono e il fulmine.

Mentre Kali regna questa forza genericamente, Chinnamasta è la stessa forza diretta e istantanea. Lei è la percezione diretta, la pura vista che rivela l’infinito dietro tutte le forme.

Chinnamasta è anche Kundalini nell’atto di rompere Rudra Gronthi, quindi rappresenta il libero fluire dell’energia nel Sushumna, Ella provoca la salita di Kundalini verso il terzo occhio ,compiuto questo passo, la nostra coscienza realizzera la sua vera natura.

Chinnamasta è strettamente legata a Kali e spesso rappresenta proprio la forma più terrificante della Dea nera poichè Chinnamasta domina il preciso istante in cui Kali distrugge, devasta e uccide.

Essendo una Dea estremamente feroce ha un intenso rapporto anche con Bhairavi e domina tutte le energie dell’atmosfera, Ella è la scossa elettrica che crea un tramite tra il cielo e la terra e che fulmina l’ignoranza e ci eleva in alto verso i più alti livelli della Saggezza.

E’ molto venerata da coloro che cercano il raggiungimento di poteri magici e occulti ed è oggetto di meditazione e venerazione anche durante alcuni pericolosi rituali molto particolari che in molti chiamano “magia nera”.

Chinnamasta corrisponde al 6° Chakra, il Terzo Occhio (Ajna) che è il Suo principale campo d’azione ma dato il Suo immenso potere, Ella con la sua Energia può essere ricondotta a qualsiasi Chakra. A Lei, inoltre, sono particolarmente legate la vista ed ogni tipo di percezione.

Si può venerare Chinnamasta praticando Jnana Yoga e meditando sul processo percettivo.

DHUMAVATI

(Vuoto)

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Dhumavati è raffigurata come la più anziana tra le Dee, e’ la conoscenza che arriva attraverso pesanti e dolorose esperienze.

La Sua natura non è quella di illuminare bensì di oscurare, tuttavia oscurare una cosa significa rivelarne un’altra. Dhumavati oscura ciò che è evidente in modo da svelare il nascosto ed il profondo.

Ella è una vedova, una Shakti senza Shiva, difatti a differenza di tutte le altre divinità femminili non ha alcuna controparte maschile, è pura energia ma allo stato latente, priva di volontà d’azione, rappresenta quindi le energie potenziali e inerti che ciascun individuo possiede.

Dhumavati esprime anche ciò che esteriormente percepiamo come povertà , sfortuna, sofferenza, dolore, e tutto ciò di cui abbiamo paura nella vita, ma tutte queste “negatività ” possono portarci a progredire, a crescere spiritualmente ed a coltivare nel migliore dei modi qualsiasi esperienza, anche la più triste e dolorosa.

Dhumavati è “il bene celato nel male”, è ciò che ci ostruisce nella vita di tutti i giorni, ciò che ci ostacola ma che allo stesso tempo ci porta a sviluppare nuovi potenziali grazie all’esperienza donataci dalle avversità della vita.

Dhumavati è l’oscurità , il nulla, l’ignoranza che non ci permette di vedere, l’ignoranza dell’ego che provoca dolore e sofferenza, ma nel momento in cui riconosciamo l’ignoranza come tale, Ella ci rende consapevoli del penoso stato di egoismo in cui viviamo e ci consente di iniziare il nostro cammino verso la Verità .

Lei è la forma anziana di Kali ed è venerata da coloro che cercano di eliminare le proprie influenze negative. Si può riconoscere Dhumavati osservando i luoghi abbandonati, le zone vuote, fatiscenti, desolate, desertiche. Dhumavati è un’altra Dea che risiede in prossimità del cuore, ma rispetto a Kali la sua energia è molto debole e non è facile da percepire pur essendo sempre presente.

Si può venerare Dhumavati meditando sul silenzio dei pensieri e sul vuoto mentale come realtà suprema.

 

BAGALAMUKHI

(Immobilita’ )

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Come Tara, Bagalamukhi (o Bagala) è la Dea della parola, è colei che con il verbo crea stabilità definitiva, giusta conclusione e silenzio; è il potere di zittire, mette fine ad ogni conflitto e confusione, dona la capacità di affrontare le forze ostili, i pensieri negativi e le emozioni nate dall’ego;

Ella è simile a Bhairavi, ma mentre Bhairavi brucia i nemici, Bagalamukhi li immobilizza; è anche simile a Chinnamasta, ma mentre questa da un taglio alle illusioni, Bagalamukhi placa le false contraddizioni della mente.

Il Suo potere è “Stamghana”, ossia strappare o paralizzare le energie che ci attaccano (pensieri generati dalla nostra mente o influenze esterne), è anche il potere di zittire gli altri rendendoli impotenti ed il potere di ipnotizzare.

Bagalamukhi ci garantisce il completo controllo sui nostri pensieri e sulle nostre azioni, difatti è considerata anche la Dea dello Yoga, della meditazione e dell’immobilità delle “asana”.

Lei cambia ogni cosa nel suo opposto: come la parola in silenzio, o l’ignoranza in conoscenza e ci aiuta a conoscere l’opposto di ogni situazione.

 L’arma con la quale Bagala immobilizza i nemici è il Brahmastra, l’arma del Brahman: “Chi sono io?”, questa semplice domanda può essere capace di placare qualsiasi tipo di pensiero, perseverando su questa domanda con diligenza e continuità si giungerà alla conclusione che pur conoscendo ln determinazione su tale concetto si giungerà a considerare privo di importanza qualsiasi pensiero, qualsiasi riflessione che non faccia riferimento a tale importantissima indagine introspettiva, “Chi sono io?”, in tal modo il potere di Tara e del verbo si trasformeranno nel potere di Bagalamukhi.

Nel nostro corpo esiste un punto di incontro tra occhi, orecchi, naso e lingua, in sanscrito è chiamato “Indra-yoni”, è la regione in cui risiede Bagala, che per la precisione è situata nella zona del palato soffice.

Il Chakra a cui è connesso il 6°, (Ajna), ma a livello corporeo trova corrispondenza anche con il centro del cuore.

Si può venerare Bagalamukhi con l’immobilità , l’introspezione, il controllo della parola e la forte concentrazione.

MATANGI

(Conoscenza)

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Matangi è la Dea che personifica il potere che penetra nella mente e nei pensieri, difatti letteralmente il termine Matangi vuol dire “pensiero”, “opinione”.  Ella è espressione di conoscenza, talento, arte, danza e musica, è la grande insegnante delle arti ed è possibile contemplarla tramite la musica, suonando e cantando per Lei.

Il Suo nome significa anche “selvaggia”, “appassionata” ed “elefante femmina” difatti è strettamente correlata a Ganesha, e come Ganesha, della quale è spesso definita la consorte, rimuove gli ostacoli e dona conoscenza.

Matangi è l’ultima delle tre dee correlate al Verbo Divino (Tara, Bhairavi, Matangi) ma Ella è denominata anche “l’impura” o “la fuori casta”, perché rappresenta il verbo “parlato” e quindi limitato: Lei è l’apparenza visibile della più elevata conoscenza; il Suo essere definita “fuori casta” è anche relazionato al Suo bizzarro temperamento artistico che sfida ogni norma sociale, ma allo stesso tempo e’ detta anche  “Mantrini” in quanto possiede poteri su tutti i mantra e sulle vocalizzazioni.

Ella è anche la consigliera di Tripura-Sundari e tramite i mantra comunica con tutte le divinità. Matangi governa ogni forma di conoscenza e di insegnamento non soltanto inerente alle arti ed alle parole, Ella rappresenta difatti tutti gli insegnamenti dei Guru e della Tradizione, rappresenta la continuità spirituale della Tradizione nel mondo, chi Onora Matangi onora tutti gli insegnamenti delle Sacre Scritture e tutti gli insegnamenti dei più grandi Maestri del Sanatana Dharma.

Nel nostro corpo sottile Matangi ha la sua dimora nel  5° Chakra (Vishuddha) all’altezza della gola, ma risiede anche sulla punta della lingua, dove esiste corrispondenza con un canale sottile che lega la lingua al Terzo Occhio, tale canale è detto Sarasvati ed è la dimora prediletta di Matangi, essendo quello il dotto principale dove fluisce l’ispirazione artistica.

 

Si può venerare Matangi recitando gli insegnamenti dei Guru e le Sacre Scritture, cantandole in sanscrito e suonando.

KAMALATMIKA

(Gioia)

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Kamalatmika (o Kamala) è la Dea nata dall’oceano, è la Grande Madre che fa avverare i desideri. Come Sundari è connessa con l’Amore ed il desiderio.

Mentre Sundari genera la beatitudine dalle percezioni del Sè, Kamalatmika governa la beatitudine e la bellezza nell’esterno.

Ella è la manifestazione della bellezza sulla Terra, è la dea del benessere e del successo ed è colei che concede agli uomini tali piaceri ma Kamalatmika deve essere venerata per ottenere benessere spirituale, il benessere (anche materiale) che Lei dona si ottiene senza alcun attaccamento e senza bramosia.

Kamalatmika è la forma di Lakshmi legata a Kali e ci fa comprendere che la materia è soltanto transitoria. Ma allo stesso tempo Kamala è anche la Dea del Loto, il più sacro di tutti i fiori, e quella del fior di Loto è la Sua natura: infinita Bellezza, Gioia Divina, Estasi e Grazia di Dio.

Kamalatmika è come Sundari,ha il dominio sulla bellezza e sullo splendore, ma mentre Sundari  governa maggiormente la bellezza “sottile” ed “interiore”, Kamala  governa le forme esterne delle meraviglie naturali.

La bellezza di Kamala è visibile osservando la bellezza dei fiori, la bellezza del cielo, la bellezza dei mari, dei fiumi, dei tramonti, tanti riflessi, molteplici e temporanei di un’unica immensa bellezza, eterna ed infinita: l’Assoluto.

E’ l’ultima delle dieci Mahavidya ed è il potere che si manifesta anche sul piano materiale, rappresenta la forma più concreta della Dea all’interno della materia percepibile tramite i cinque sensi.

Grazie a Kamala noi riusciamo a comprendere il Divino anche nelle cose più “banali”, più “scontate”, dal fiocco di neve che cade al fiore che sboccia, dal Sole che sorge alla nuvola che viaggia, dal bambino che gioca, al pesce che nuota, all’uccellino che cinguetta.

Quando percepiamo il divino grazie alla poesia di queste piccole meraviglie, noi percepiamo l’essenza  di Kamalatmika.

La sua posizione nel nostro corpo è all’altezza del cuore e corrisponde al 4° Chakra (Anahata). Si può venerare Kamalatmika riconoscendo il divino splendore  nelle cose materiali, apprezzando e rispettando tutte le bellezze della Natura.

 

 

 

 

Come abbiamo potuto notare, le dieci Mahavidya possono essere divise in due gruppi: le “benevole” e le “terrifiche”.

Le Dee terrifiche sono: Kali, Bhairavi, Chinnamasta, Bagalamukhi e Dhumavati; mentre il gruppo delle benevole è costituito da Sundari, Bhuvaneshvari, Matangi e Kamalatmika. Tara occupa una posizione intermedia tra le due categorie in quanto è dotata di entrambi gli aspetti.

Ogni Mahavidya e’ associata ad un Bija mantra  e mettendo i dieci bija insieme avremo il mantra delle dieci mahavidya:

SHRIM HRIM KLIM AIM SOUH TAHA DHUM HLIM KRIM TRIM

dividendo tale mantra in due sezioni avremo :

SHRIM HRIM KLIM AIM SOUH ( Kamala , Bhuvaneshwar, Bhairavi, Matangi, Sodasi)

THAH DHUM HLIM KRIM TRIM ( Chinnamsata, Dhumavati, Bagalamuki, Kali ,Tara )

il primo gruppo corrisponde ai mantra dello Sri Vidya

il secondo gruppo corrisponde ai mantra del Kali Vidya.

La funzione principale delle divinità definite terrifiche è quella di “uccidere”, di “distruggere”, di “annientare”, e quindi di estirpare radicalmente l’ignoranza e le bramosie dell’ego dal nostro essere, il che non è sempre un processo indolore, ma è  sempre un processo necessario.

Il compito delle divinità definite benevole è quello di elargire il più possibile la Conoscenza e l’Amore per essa, e senza Amore per la Conoscenza nessun cammino spirituale potrà giungere alla meta finale.

Incamminarsi verso il sentiero tracciato dalle Mahavidya porterà ogni individuo ad amare Kali nel tempo e nelle trasformazioni, Tara nel suono e nel silenzio, Tripura-Sundari nella luce, Bhuvaneshvari nello spazio, Bhairavi nelle energie, Chinnamasta nella percezione, Dhumavati nella vacuità, Bagalamukhi nell’immobilità, Matangi nell’arte e nella conoscenza e Kamalatmika nella bellezza e nella gioia dell’intero universo, per poter giungere finalmente alla comprensione ed alla vera sperimentazione dell’Energia Shakti, la grande Potenza Divina.

Aghora

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“Il mondo Ti considera infausto, o Distruttore che giochi nello smashan, cosparso delle ceneri delle pire funerarie, che indossi una collana di teschi umani, con demoni che divorano i cadaveri per compagni. Ma per quelli che Ti ricordano con devozione, o Tu elargitore di doni, sei supremamente auspicioso”

(Shiva Mahimna Stotra, 24)

Nella antica città indiana di Benares arde da millenni un Fuoco Sacro inestinguibile. La lucente città di Shiva  il è sempiterno teatro dell’incessante ardore delle pire funebri, perenni, molteplici, costanti, disposte a centinaia, lungo le sponde del divino Gange. Il Manikarnika Ghat (detto anche Mahasmashan) è il più grande campo di cremazione della città , ed è uno dei luoghi più sacri di tutta l’India; bruciare al Manikarnika il proprio corpo fisico, giunto ormai al termine della sua effimera esistenza, è una delle massime aspirazioni di ogni induista. Da ogni parte dell’India e anche oltre, centinaia e centinaia di persone, anziane e malate, si recano là ogni giorno ad attendere serenamente la propria dipartita, mentre dai treni vengono scaricati innumerevoli corpi umani, ormai già privi di vita, giunti anch’essi da molto lontano per poter avere accesso al sacro fuoco di Benares. In quel luogo dove l’aria è satura di morte, dove il denso fumo delle cremazioni compenetra ogni cosa con il suo acre odore, là dove grossi uccelli neri si contendono voracemente brandelli umani ed ossa, in quel luogo dove uomini e donne d’ogni casta e d’ogni età divengono cenere in egual maniera, è lì che è possibile scorgere l’ Aghori in meditazione accanto alla pira. In sanscrito il termine “Ghora” significa “tenebra”, “oscurità” “ignoranza”, quindi con l’aggiunta della A privativa si ottiene “Aghora”, ossia mancanza di oscurità , dissipamento delle tenebre dell’ignoranza, luce, verità . L’Aghori è un sadhu, un asceta che ha intrapreso un particolare cammino di purificazione alla ricerca della verità suprema, ma ciò che contraddistingue gli Aghori dai tanti altri sadhu hindù è la loro singolare condotta di vita.

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Gli Aghori mangiano qualsiasi tipo di carne, a volte perfino carne umana, in genere pezzi di cervello estratti dai crani con i quali stanno sempre a stretto contatto (i teschi umani sono anche la loro ciotola per il cibo ed il loro bicchiere). Fanno spesso uso di alcolici, cannabis e hashish, e durante alcuni dei loro rituali assumono atteggiamenti che per la società hindu’ sono considerati di estrema impurità , come ad esempio l’avere rapporti sessuali (talvolta incestuosi) con donne durante il loro ciclo mestruale, assumere oralmente feci, mestruo, urina, pezzi di carne in decomposizione. I corpi senza vita sono una costante nelle loro pratiche, è abitudine per loro meditare adagiati ai cadaveri in putrefazione e sono sempre circondati da simboli di morte, non a caso, come Shiva nel suo aspetto più terrifico, essi amano vagare tra le pire funerarie,cosparsi di cenere e adornati da frammenti umani tra cumuli di ceneri ed ossa calcificate (runda-munda) attorniati da cani scheletrici e sciacalli affamati. Gli Aghori si propongono di superare la barriera più difficile da abbattere per l’essere umano: quella dell’illusione, ossia ciò che infligge all’uomo la sua visione dualistica dell’esistenza: vita/morte, sacro/profano, bene/male, morale/immorale, ecc. Per fare questo devono distruggere tutte le convenzioni umane, tutte le sovrastrutture psicologiche, tutti i “taboo”, devono infrangere ogni singolo “schema”, ogni categorizzazione.

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Per gli Aghori la differenza che vi è tra “sacro” e “profano”, tra “puro” e “impuro”, tra “bene” e “male” altro non e’ che frutto del MAYA (illusione). Lo “schifo”, l'”orrore”, l'”osceno”, per gli Aghori sono semplici effetti dell’Ego, che altro non e’ che un muro da abbattere.

Fondamentale e’ il superamento del concetto dualistico “vita/morte”, questo è il motivo per cui sono continuamente circondati da scheletri e cadaveri: non esiste alcuna differenza tra la vita e la morte e l’Aghori deve riuscire ad assimilare dentro di se questa suprema realtà e deve riuscirci con ogni mezzo che la materia gli offre, deve superare il muro della dualità.

Il Tantra e’ per sua natura un percorso di purificazione alchemica, e l’Aghori Baba e’ il maestro della via più “estrema” di tale purificazione, nota in Occidente anche come “Vama Marg” o “Via della Mano Sinistra”: trascendere la materia grazie alla materia stessa, sperimentando quindi ogni aspetto di essa, anche il più inquietante, il più osceno, il più raccapricciante, il più doloroso; soltanto in questo modo l’asceta potrà essere purificato e libero dall’illusione. Data la sua particolare natura, tale cammino e’ assolutamente riservato a pochissimi, proprio per questo motivo gli Aghori sono davvero molto pochi, oltre che poco conosciuti, basti pensare che in tutta l’India se ne conteranno al massimo un centinaio; il nucleo più noto gravita attorno all’ ashram Kina-Ram e tra le pire funebri di Benares. Molte persone del luogo affermano che essi siano capaci di interagire con gli spiriti dei morti nei campi di cremazione e che dialoghino con loro grazie alle arti magiche di cui sarebbero grandi conoscitori. Non pochi affermano addirittura di aver visto degli Aghori riportare in vita alcuni defunti durante le loro sadhana shava (meditazioni sui cadaveri).

Filosofia Aghora

Tradizionalmente gli Aghori vengono definiti avadhut, ossia ricercatori spirituali giunti aldilà di ogni convenzione, di ogni preoccupazione, di ogni emozione, di ogni dogma sociale, morale o religioso. L’unico interesse nella vita di questi asceti è il concentrarsi nella perenne visione della Madre (Shakti) in ogni aspetto dell’esistenza, sia anche il più terrifico e orripilante, Ella è ovunque e qualunque cosa guardino gli occhi di un vero Aghori, essi vedranno sempre la Madre in tutto il suo splendore. Tale tradizione trae origine da un particolare aspetto del divino Shiva, per la precisione da uno dei cinque volti del Panchanana, noto anche come “Shiva dalle cinque teste”, raffigurazione iconografica in cui il Signore della Distruzione della Trimurti hindù assume tutti i Principi divini. Tali volti sono collegati quindi al quintuplice potere della Divinità e trovano le loro corrispondenze anche con i cinque sensi e i cinque elementi

– Sadyojata (creatività – terra – olfatto)

– Vamadeva (conservazione – acqua – gusto)

– Aghora (distruzione/rigenerazione – fuoco- vista)

– Tatpurusha (illusione – aria – tatto)

– Ishana (liberazione – etere – udito)

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Delle cinque facce di Shiva, Aghora è considerata la più terrificante, specialmente da chi è totalmente estraneo alla Tradizione, per altri invece, tale volto rappresenta non solo un importante principio universale, ma anche un vero e proprio cammino iniziatico.       Aghora è la strada più semplice per giungere a Dio se chi la segue è svincolato dalle proprie barriere mentali, se egli è quindi il distruttore dei propri limiti egoici; allo stesso tempo essa è la strada più complicata e dolorosa se chi la segue non è ancora in grado di frantumare le illusioni generate dal proprio Ego, per poter così rigenerarsi in un nuovo stato di coscienza, quello della “non dualità” (Advaita). Come l’Aghori Baba Kina-Ram afferma nel Vivekshar, l’essere vivente (Jivatman), il Dio (Paramatman) e il Mondo creato, sono Uno, un tuttuno in cui non vi è alcuna distinzione. Tale realta’ ultima (Nirguna-Brahman) è quindi libera dalle tre qualità fondamentali o guna:sattvarajas e tamas (equilibrio, dinamicità, inerzia).

Questo Dio senza forma pervade tutte le cose ed e’ come lo spazio che pervade l’intero Cosmo. Quando invece il Divino è concepito da un punto di vista devozionale  (Bhakti), lo stesso Nirguna-Brahman viene diviso in due categorie separate: “adorato” e “adoratore”. A tal punto il Jivatman e’ chiamato Hamsa (cigno) mentre Parmatman (Dio) e’ chiamato Paramhamsa, il grande cigno. Quando un Jivatman, un cigno, raggiunge la completa liberazione, egli ascende alla categoria di grande cigno (Paramhamsa). La distinzione tra Jiva e Parmathman (o Brahman) sorge per l’intervento di Avidya (ignoranza), ossia l’atto di imporre con la mente una caratteristica fittizia sulla vera natura di qualcosa. Uno dei più popolari esempi per descrivere tale condizione è quello della corda e del serpente. Se camminando in un bosco di sera, quando c’è poca luce, scorgiamo una corda attorcigliata su se stessa nella penombra, essa potrà facilmente apparire ai nostri occhi come un insidioso serpente, allora la nostra mente avrà paura di quella innocua corda perché la percepirà come una minaccia e molto probabilmente presi dal timore scapperemmo via; ma se invece riuscissimo ad avere il coraggio di avvicinarci, di osservare meglio la corda e di toccarla con mano, allora il serpente minaccioso, frutto dell’ ignoranza, svanirà in un istante. La nostra ignoranza ci fa percepire ogni cosa illusoria come quel serpente (maya); l’Aghori Baba Kina Ram ci insegna che vivere nell’illusione  equivale ad uno stato di perenne incatenamento (upadhi), divenire liberi da tale oppressiva condizione e concepire la vera natura dell’Universo, come quando si afferra la corda con la mano, equivale alla completa liberazione (samadhi).

Il Samadhi si raggiunge dissociando la mente dagli aspetti superficiali ed illusori del mondo, permettendo così  al Jiva di contemplare la sua vera natura, ossia Brahman. Tutto ciò che noi percepiamo in realtà è effimero, anche il nostro corpo fisico. Le nostre aspirazioni, i nostri desideri, le nostre aspettative, le nostre convinzioni, finiscono tutte con il corpo, quindi concependo realmente la nostra natura corporea come temporanea e relativa, cesserà di esistere l’identificazione con il nostro corpo fisico e quindi con le brame materiali generate dall’ego: questo è difatti il fine di ogni cammino ascetico. La distinzione illusoria tra Jiva e Brahman è in un certo senso il prodotto dello stesso processo della creazione. Baba Kina-Ram lo descrive in tal modo: all’inizio vi era il senza forma,  il senza nome, l’Essere Primo (Sat-Purusha), dal Suo desiderio esplose un immenso universo che diede vita alle tre divinità maschili: (Brahma, Vishnu e Shiva)  e all’energia femminile (Shakti), da questi emersero i cinque fondamentali elementi: AkâshaVâyuTêjasApPrithvî (Etere, Aria, Fuoco, Acqua e Terra) da cui si formò l’intero Cosmo. Dato che tutto fu creato dagli stessi elementi primari, ciò che esiste fuori dal mondo esiste anche all’interno dell’essere; quindi finchè il Jiva si auto-identificherà con la realtà effimera, mutevole e impermanente, esso resterà fondamentalmente limitato ad essa, fino a quando esisterà l’ego che limiterà la natura del Jiva, esso non si identificherà mai con l’Atman (e quindi con il Brahman). Come ci insegna Baba Kina-Ram, con la pratica delsadhana, lo Yogi dissocia i propri sensi dal mondo esterno e mette a fuoco ciò che giace all’interno di sè: il luminoso mondo del sempiterno Brahman, tale processo di ricerca alimenta l’Amore per il Divino e lo focalizza all’interno dell’uomo.

 

Baba Kina-Ram

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Gli Aghori affermano che la loro tradizione ebbe inizio con il divino Shiva e che fu poi ripresa da Dattatreya e reintegrata nel diciassettesimo secolo da Baba Kina-Ram. Egli nacque nel 1536 nel villaggio di Ramagarh, vicino Benares, dove è da tutti considerato un santo illuminato. Nonostante la sua riluttanza, all’età di dodici anni fu costretto a sposarsi secondo i costumi dell’epoca; si narra che tre giorni prima della data prevista per le nozze, il giovane volle a tutti i costi mangiare un piatto di riso bollito nel latte,  pietanza generalmente considerata di cattivo auspicio, essendo tradizionalmente consumata in occasione delle ricorrenze funebri. Il giorno seguente, la famiglia del giovane Kina-Ram ricevette l’infausta notizia del decesso della fanciulla promessa in sposa al ragazzo,  tale evento destò lo stupore di tutti coloro che lo videro mangiare cibo di lutto il giorno prima dell’accaduto. Alcuni anni dopo abbandonò casa e famiglia e vagò errando solitario finche giunse al villaggio di Gazipur, dove risiedeva il santo Shivaram della setta dei Ramanuja; Kina-Ram decise di dedicare se stesso al totale servizio del Guru e così fece per un certo periodo di tempo. Shivaram era anche un uomo sposato, un’asceta capofamiglia, e il giorno in cui la sua prima moglie morì decise di sposarsi nuovamente, a Kina-Ram tale cosa non piacque  ed andò via errando senza meta, alla ricerca di un nuovo Guru. Giunse così al villaggio di Naidih, dove s’imbattè in  un’anziana donna che sedeva in lacrime solitaria,  le chiese quale fosse il motivo della sua  sofferenza ed ella rispose che gli uomini dello Zandimar avevano rapito suo figlio poiché non era riuscito a pagare le tasse; Kina-Ram si recò quindi al palazzo dov’era rinchiuso il prigioniero e chiese che questi venisse lasciato libero; lo Zandimar rispose che avrebbe acconsentito alla sua richiesta soltanto in cambio di oro; a quel punto Kina-Ram chiese ai guardiani del palazzo di scavare la terra posta sotto i piedi del giovane prigioniero e quando lo fecero trovarono un immenso tesoro. Il ragazzo fu lasciato libero e sua madre lo convinse a seguire  Kina-Ram come un  fedele discepolo; anche il maestro accettò di tenerlo con se ed iniziò il suo lungo viaggio presso Girnar assieme al suo nuovo amico di nome Bijaram.

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Giunti alla meta, Kina-Ram andò a meditare da solo sulla cima del monte, dove gli apparve Dattatreya che lo iniziò alla Tradizione Aghora. Sceso dal monte tornò da Bijaram e si recò assieme a lui presso Junagadh. Si racconta corresse l’anno 1668 quando Bijaram venne rapito dai musulmani che regnavano nella città di Junagadh, mentre praticava l’elemosina per le strade come prescritto dalle sue pratiche ascetiche. Giunto nella prigione, Bijaram vide che quel luogo era pieno di asceti che venivano utilizzati per macinare il grano girando a mano i mulini. Durante la sua meditazione Kina-Ram percepì il rapimento di Bijaram; scese anch’egli per strada a chiedere elemosina e la stessa sorte toccò anche a lui. In prigione gli affidarono un mulino con cui lavorare per macinare il grano, Kina-Ram ordinò a voce che il mulino facesse da solo il suo lavoro, ma non accadde nulla, allora lo colpì forte con un bastone e tutti i novecentottantuno mulini presenti nel carcere si azionarono da soli e macinarono tutto il grano. Quando il governatore islamico venne a sapere di tale miracolo volle parlare direttamente con Kina-Ram e lo invitò a palazzo al suo cospetto assieme al suo discepolo Bijaram. Giunti al palazzo del potere, il governatore musulmano offrì delle gemme preziose al miracoloso prigioniero che aveva d’innanzi a se, ma questi se le infilò in bocca e poi le sputò via, affermando che le pietre preziose non sono né dolci né acide. A quel punto il governatore chiese a Kina-Ram un’altra occasione per poterlo servire e l’asceta rispose: “Se questo è ciò che vuoi, dona due libbre di farina in mio nome ad ogni asceta e cercatore che viene nella tua città.” Il governatore acconsentì e lasciò liberi tutti i prigionieri.

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Kina-Ram si spostò in ritiro sull’Himalaya  per un lungo periodo di pratiche ascetiche; successivamente s’incamminò verso Benares, dove raggiunse il campo di cremazione di Harishchandra Gath. In quel luogo dimorava un’asceta Aghora di nome Baba Kaluram, che era solito parlare con le teste dei corpi che aspettavano di essere cremati sulla pira. Quando vide Kina-Ram, Kaluram gli rivelò che era molto affamato e chiese lui di procurare un po’di pesce. Kina-Ram guardo’ il Gange e disse “Ganga dammi un pece” ed un grosso pesce saltò fuori dall’acqua cadendo sulla riva. Kina-Ram lo arrostì e lo mangiarono assieme. Poco dopo,  Kaluram osservò un corpo senza vita che galleggiava sul fiume; “Guarda quel corpo, viene verso di noi” disse rivolgendosi a Kina-Ram ed egli rispose: “Non e’ un corpo, è vivo!”. Allora Kaluram lo sfidò: “Se è vivo chiamalo”. Kina-Ram urlò verso il corpo, questi galleggiò verso di lui e poi si alzò in piedi sulla riva, era un giovane ragazzo, “vattene a casa” gli disse Kina-RamIl giorno seguente la madre del ragazzo riportato in vita si recò dal santo Aghora che l’aveva resuscitato e disse: “Maharaj tu hai ridato vita  al mio figlio, da oggi egli appartiene a te”,  Kina-Ram prese il ragazzo con se e gli diede il nome di Ram Jiyawanram, questo fatto si pensa sia accaduto nel 1698 circa. Dopo aver visto ciò, Baba Kaluram rivelò a Kina-Ram la sua reale forma divina e lo portò a Krin-kund  Shivala a Kashi (Benares) e gli disse che quello era il Girnar, e che tutti i luoghi di pellegrinaggio del mondo sono in realtà lì presenti (alcune persone credono che Baba Kaluram iniziò in quel momento Kina-Ram rivelandogli il Mantra Aghora, altri invece sostengono che egli fu già iniziato alla tradizione Aghora da Dattatreja al Girnar. Da quel giorno Kina-Ram iniziò a vivere al Krin-Kund e raccolse tutti i suoi pensieri e le sue memorie in un testo intitolato Vivekshar. Si dice che abbia lasciato la sua forma mortale nel 1714 circa, all’età di centocinquantuno anni.

 

Pratica Aghora

 

La natura dell’Aghora è come quella del Fuoco, esso non discrimina nessun corpo, nessuna forma, con le sue fiamme ardenti brucia qualsiasi oggetto, “puro” o “impuro” che sia. La via dell’Aghora dunque coltiva un modello di vita totalmente non discriminatorio, aldilà di qualsiasi dualismo o catalogazione. Se la natura del Fuoco è bruciare e purificare, anche l’Aghora svolge un compito di assoluta purificazione per il cercatore, facendo si che la sua mente ed il suo spirito siano cosi puri da giungere a vedere in essi come in ogni altra cosa, la luce della fiamma divina che arde in ogni essere della creazione.

La tradizione Aghora è strettamente collegata anche alla setta Sarbhang, che è presente maggiormente in Bihar. Si parla di sei correnti di questa tradizione, iniziate da sei differenti precettori che sono appunto Baba  Kina-Ram (di cui abbiamo parlato), Binakhram, Tekmanram, Sadanand Baba, Balkhandi Baba e Lakshmi Sakhi. Dunque sei diverse scuole di un’unica grande Tradizione. Gli Aghori o gli asceti Sarhbang che hanno ottenuto la liberazione sono chiamati siddha e il popolo si aspetta di essere aiutati da loro nel curare vari tipi di problemi fisici,mentali e spirituali. Nel Athara-veda, Rudra (lo Shiva vedico) viene descritto come il grande dottore che cura i problemi causati dagli spiriti e dai fantasmi e i cani sono visti come suoi compagni. Questa rappresentazione di Rudra è traslata negli Aghori e dei Sarhbang di oggi.

 

aghora

Gli Aghori possono essere divisi in due diverse categorie: i Nirvani e i Gharbari. Mentre i Nirvani puntano alla rinuncia dei beni materiali e alla pratica solitaria in luoghi tipici come campi di cremazione; i Gharbari possono essere anche sposati, avere una famiglia e condurre le loro pratiche tantriche tra le mura di casa. Baba Kina-Ram e Baba Binakram appartengono alla categoria Nirvani, ma la tradizione iniziata da Binakhram ha sempre un capofamiglia all’interno della stessa. Tra le più abituali pratiche degli Aghori, vi è quella di strofinare le mani sulla terreno appena alzati la mattina, la terra è la Madre e tale gesto permette all’Aghori di assorbirne parte delle energie, essi recitano i  loro Mantra ogni volta che siedono sul proprio letto, non meditano su nulla ma li ripetono per centinaia e centinaia di volte. In genere gli Aghori cercano di condurre una vita in cui non ci si affanna mai per nulla ma nello stesso tempo cercano di non rimanere in alcun modo inattivi; per acquistare maggiore concentrazione si recano sempre ai campi di cremazione. I luoghi di meditazione prediletti dagli Aghori sono cinque: l’albero di Peeppali (ficus religiosa),  il tappeto di erba Moonj (Saccharum bengalensis) , il letto di una prostituta, il letto della propria moglie ed il campo di cremazione (smashan) dove praticano sadhana shava con i cadaveri. Normalmente gli Aghori indossano un vestito di lino rosso che sta ad indicare l’energia creativa femminile ma durante i periodi di intense pratiche spirituali indossano un vestito blu o nero per far si che li protegga dalle energie che potrebbero ostacolarli. Trasceso il periodo di intenso tapas, agli Aghori è consigliato indossare vestiti bianchi che rappresentano la coscienza purificata. In determinate occasioni essi praticano il rituale del Panchamakara, noto anche come “Cerimonia delle cinque M”, che consiste nell’utilizzo di Matsya, (pesce) Mamsa, (carne) Madya,(alcool) Mudra,(cereali) e Maithuna (amplesso).

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Tale rituale è un atto di culto molto importante ed è preceduto da un lungo periodo di astinenza.

I partecipanti si riuniscono tutti in un luogo prestabilito e adibito alla cerimonia; si dice che i preliminari di tale rito consistano nell’assunzione di grosse quantità di hashish e di varie droghe allucinogene. Successivamente i partecipanti si dispongono tutti in circolo seduti per terra, uomo e donna alternati ed ogni donna siede alla sinistra dell’uomo che sarà poi il suo partner sessuale.

La cerimonia è condotta da un sacerdote posto al centro del cerchio con una donna nuda alla sua sinistra; durante tutta la durata del rituale, la donna al centro del cerchio sarà considerata di fondamentale importanza; particolare risalto è dato alla sua vulva (yoni), che rappresenta il potere creativo del Cosmo ed è dischiusa all’attenzione principale di tutti i presenti.

Se è vero che per chi pratica questo genere di percorsi spirituali tutte le donne sono manifestazione di Shakti, è anche vero che per gli officianti al rito del Panchamakara, colei che siede alla sinistra del sacerdote è da considerarsi la vera e propria incarnazione della Dea per tutta la durata della cerimonia. Dopo che la vulva è stata adeguatamente onorata con carezze, olii ed essenze profumate, il sacerdote versa acqua, latte e vino su tutto il corpo della donna ripetendo ad alta voce alcuni Mantra; subito dopo ha inizio la prima copulazione, quella tra il sacerdote (che incarna temporaneamente Shiva) e la donna (Shakti) mentre il resto della congregazione osserva lo svolgersi del coito sacro che rimanda all’unione delle due polarità dell’Assoluto: la Coscienza e la Potenza.

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Se la donna che incarna la Dea è anch’essa iniziata al Vama Marg, ella durante il coito onorerà il sacerdote ed il suo fallo (lingam) come il divino Shiva; tuttavia, molto spesso le donne scelte per questo genere di rituali sono prostitute prese dalla strada e “usate” per la cerimonia; talvolta si cerca di proposito la donna del livello più “infimo”(volendola definire in base ai canoni della società induista) e se ha anche qualche legame di parentela con il partner il rituale risulterà ancora più efficace; più vi è incompatibilità per un accoppiamento dal punto di vista sociale tra l’uomo e la donna che si apprestano a compiere il Maithuna, più accresce l’efficacia rituale dell’amplesso. Il sacerdote che copula nel cerchio con sua moglie compie un rito quasi o del tutto inutile, se si tratta della moglie di uno dei presenti, di una parente, di una donna di casta nettamente lontana dalla sua, allora l’unione sessuale ha una notevole utilità rituale. Dopo la copulazione iniziale del sacerdote e della sacerdotessa, i componenti del cerchio iniziano a consumare il pesce, la carne, i cereali ed il vino fino a quando tutti gli officianti non giungono ad uno stato in cui “esplode”l’amplesso generale. Durante il rito del Panchamakara, tutti i partecipanti (se iniziati al Vama Marg)  pensano al proprio o alla propria partner come Dio in carne ed ossa, nelle loro menti è con Dio che copulano, vivendo l’esperienza dell’Unicità del Tutto, della non dualità, dell’abbraccio mistico di  Shiva e Shakti che sono in realtà una cosa sola. Esistono comunque molti altri tipi di discipline rituali, la maggior parte delle quali sono coperte da assoluta segretezza e vengono trasmesse solo ed esclusivamente da discepolo a maestro. Ad ogni modo è l’intera vita di un asceta a dover essere considerata un unico grande rituale. In qualsiasi momento del giorno e della notte, l’Aghori è continuamente partecipe della sacra azione del volto infuocato di Shiva, le cui eterne fiamme ardenti purificano chi rinuncia alle illusioni dell’ego e bruciano chi nell’ego incatena la propria esistenza.

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